antoniogalati - Confraternita del SS. Crocifisso - San Nicola da Crissa (VV)

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2020Articoli


Ricordi di quaresima al tempo del coronavirus.
un confratello
In questo momento "particolare" che siamo costretti a vivere sono tre cose che ti aiutano ad andare avanti: gli affetti, le abitudini ed il ricordo. Il primo è ovvio ma assume un significato più profondo e più forte. Le abitudini ti aiutano a far apparire normale la tua giornata. La sveglia biologica rimane la stessa, sveglia presto, caffè, barba etc. Lettura della rassegna stampa, profili social di persone che scrivono cose interessanti e mentre leggi la mente parte. C'è una cosa che si ripresenta alla mia memoria in questo periodo che, nemmeno a farlo apposta, è durante la quaresima (quaranta giorni). Le parole o meglio le preghiere recitate a memoria durante il rito della congrega in settimana santa. Ero bambino, stavo in piazza a giocare quando sentivo suonare la campana della confraternita (suonava durante la comunione della messa di domenica sera per avvertire i confratelli che di lì a poco sarebbe iniziata la congrega). Passando davanti alla porta che portava "allu campanaru" c'era sempre Vito Marchese (lo zio di Domenico) che quando mi vedeva passare mi chiamava e mi diceva "veni sona tu". C'era una catena a cui aggrapparsi e suonare, sincronizzando il movimento per farla suonare forte, mentre la polvere di cemento ti cadeva addosso perché la catena strisciava al solaio, ma non in quaresima perché si doveva fare solo un tintinnio lieve. Entravo dal lato sinistro e si iniziava. Dopo i riti introduttivi e la visita alle cinque piaghe il silenzio scendeva in chiesa e si iniziava a cantare il Recordemini. Mio padre e mio nonno, così come tutti i vecchi della congrega, mi raccontavano che lo cantava Vito Teti (nonno del prof. Teti). La chiesa era piena all'inverosimile a quei tempi e massimo silenzio. Il mio di Recordemini lo cantava Antonio Galati (meglio conosciuto come "lu Massaru Ntone" de "li varani"; abitava insieme alle sorelle "casiste" in via Fiorentino). La devozione al Crocifisso di questa famiglia era tale che in paese si diceva "lu crocifissu de li varani e la madonna de li zambrani". Ho in mente la sua voce scolpita. Ci mettevamo tutti in ginocchio... "Recordemini frates carissimi..." così come il "deo gratias" finale, che soprattutto le consorelle rispondevano. Poi, ricordatevi: “pietà di me, dal profondo a te grido, dalla peste, dalla fame e dalla guerra! A peste, fame et bello”. Quando da bambino recitavo quasi a memoria queste parole pensavo che la peste, la fame e la guerra fossero lontani anni luce da noi. Pensavo che mi trovavo in una società che praticava riti anacronistici se pur affascinanti. Eccoci a pregare non in latino, ma in italiano, "liberaci dalla peste". Lo stiamo vivendo sulla nostra pelle nell'era della ipercomunicazione, del benessere, dove l'età media della vita si è allungata. Alle guerre molto vicine non facciamo caso finché non ci toccheranno direttamente forse, ma il mondo ne è pieno. La fame nel mondo, anche quella sembra non ci riguardi. Finalmente arrivava il mio momento preferito: "iamu mu vasamu" dicevo a chi mi stava seduto vicino; a volte bastava lo sguardo. Ricordo con tanto affetto Raffaele Tallarico (chi non lo conosce!?): era allora "terza decuria" e quando noi bambini avevamo qualche esitazione nel rito dell'adorazione, lui benevolmente ci faceva piegare o inginocchiare come le marionette. Il priore in quel momento storico, se non ricordo male, era il maestro Antonio Galati, poi Nicola Pirone, Vito Ivone Marchese ed Antonio Galati (barbiere). La congrega stava per finire, Vito Marchese mi faceva segno che dovevo andare a suonare di nuovo quando le consorelle si alzavano dai banchi per andare a baciare il Crocefisso - allora non potevano ancora adorare la croce in ginocchio nelle tre stazioni.
Recordemini, un'invocazione al ricordo mi martella in questi giorni la mente. Tutti, cristiani e laici, dovremmo ricordare gli errori fatti per non ripeterli più.

 
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